Calvino e l’illusione del comunicare

“Nuovo arrivato e affatto ignaro delle lingue del Levante, Marco Polo non poteva esprimersi altrimenti che con gesti, salti, grida di meraviglia e d’orrore, latrati o chiurli d’animali, o con oggetti che andava estraendo dalle sue bisacce: piume di struzzo, cerbottane, quarzi e disponendo davanti a sé come pezzi degli scacchi. Di ritorno dalle missioni cui Kublai lo destinava, l’ingegnoso straniero improvvisava pantomime che il sovrano doveva interpretare: una città era designata dal salto d’un pesce che sfuggiva al becco del cormorano per cadere in una rete, un’altra città da un uomo nudo che attraversava il fuoco senza bruciarsi, una terza da un teschio che stringeva tra i denti verdi di muffa una perla candida e rotonda. Il Gran Kan decifrava i segni, però il nesso tra questi e i luoghi visitati rimaneva incerto: non sapeva mai se Marco volesse rappresentare un’avventura occorsagli in viaggio, una impresa del fondatore della città, la profezia d’un astrologo, un rebus o una sciarada per indicare un nome. Ma, palese o oscuro che fosse, tutto quel che Marco mostrava aveva il potere degli emblemi, che una volta visti non si possono dimenticare né confondere. Nella mente del Kan l’impero si rifletteva in un deserto di dati labili e intercambiabili come grani di sabbia da cui emergevano per ogni città e provincia le figure evocate dai logogrifi del veneziano.

Col succedersi delle stagioni e delle ambascerie, Marco s’impratichì della lingua tartara e di molti idiomi di nazioni e dialetti di tribù. I suoi racconti erano adesso i più precisi e minuziosi che il Gran Kan potesse desiderare e non v’era quesito o curiosità cui non rispondessero. Eppure ogni notizia su di un luogo richiamava alla mente dell’imperatore quel primo gesto o oggetto con cui il luogo era stato designato da Marco. Il nuovo dato riceveva un senso da quell’emblema e insieme aggiungeva all’emblema un nuovo senso. Forse l’impero, pensò Kublai, non è altro che uno zodiaco di fantasmi della mente.

– Il giorno in cui conoscerò tutti gli emblemi, – chiese a Marco, – riuscirò a possedere il mio impero, finalmente?

E il veneziano: – Sire, non lo credere: quel giorno sarai tu stesso emblema tra gli emblemi.”

da Le città invisibili di Italo Calvino

Italo Calvino si è spesso interessato al problema della comunicazione: nelle sue Lezioni americane, riflettendo sui concetti di “rapidità” ed “esattezza”, l’autore ricorda le parole di Sagredo nel Dialogo dei massimi sistemi di Galilei, in cui elogia l’alfabeto come la più grande delle invenzioni umane e strumento insuperabile di comunicazione. La combinatoria alfabetica infatti, con le sue infinite possibilità, dota l’uomo della capacità di adattare i propri strumenti linguistici a ogni situazione. Tuttavia la riuscita nell’intento comunicativo non è affatto scontata per Calvino, né immediata.

La comunicazione è “lo sforzo delle parole per rendere conto con la maggior precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose”, afferma Calvino sempre nelle Lezioni Americane. Il nome non evoca direttamente l’essenza della cosa e la convenzione resta un muro invalicabile, oltre il quale non è possibile spingersi: potremmo, ad esempio, concordare sul fatto che il cielo sia azzurro, definirne ogni sfumatura al calar del sole o in una mattina d’inverno, e trovarci ogni volta d’accordo; ma in nessun modo potremmo mai verificare l’effettiva coincidenza delle nostre impressioni, restando di fatto nell’impossibilità di intenderci. Il nostro personale modo di vedere l’azzurro potrebbe essere diverso da quello di chi abbiamo davanti, e così l’informazione passerebbe falsata a monte: eccoci in questo modo ridotti a essere “emblema tra gli emblemi”.

Nel brano riportato, tratto dalla cornice che chiude il primo capitolo del romanzo Le città invisibili, due interlocutori sperimentano diverse modalità di comunicazione, dall’ostensione di oggetti alla pantomima, dalla descrizione verbale all’indovinello enigmistico, senza tuttavia riuscire ad aprire un canale effettivo di intesa. L’imperatore tenta di decifrare il significato dei resoconti di Marco Polo, ma non è in grado di definirne la vera natura: il contenuto del messaggio non resta altro che un “fantasma della mente”, proiezione indecifrabile di impressioni del narratore.

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Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

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