La diritta via (o ciò che nessun altro ha mai fatto prima)

Per dieci anni un uomo ha cercato di dare un senso alla sua vita: una vita che sembrava già segnata dal principio. Era stato tutto previsto, ogni cosa calcolata in un preciso schema di significato. Fosse per gli influssi delle congiunzioni astrologiche cui la tradizione dava tanto peso o per una sorta di predestinazione voluta da ben altro Cielo, la vita di Dante Alighieri, o meglio, la sua vita come sarebbe stata nel futuro, gli era apparsa chiara e netta fin dai primi anni, da quando ancora fanciullo aveva incontrato per la prima volta, bambina, la donna per cui proprio questa vita sarebbe stata degna di essere vissuta. Beatrice, la sua Beatrice. Altro

Testo e traduzione di “Skyfall” di Adele

Skyfall

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Il dibattito sull’origine del linguaggio #2

one-and-three-chairsLa concezione naturalistica tornò a essere oggetto della riflessione di artisti e letterati a partire dalla seconda metà del Novecento, in concomitanza con la nascita dell’Arte concettuale, movimento che accentua l’atto creativo dell’artista e pone in evidenza l’idea alla base dell’opera d’arte. Il fondatore di questa nuova corrente fu lo statunitense Joseph Kosuth, che nel 1965 con l’opera Una e tre sedie si schierò chiaramente, nel dibattito sulla lingua, dalla parte di Cratilo. L’opera, erede del ready-made di Duchamp, accosta l’oggetto reale (in questo caso la sedia) alla sua rappresentazione grafica (la fotografia della sedia) e alla sua denominazione verbale (la definizione del termine “sedia” tratta da un comune dizionario). Come palesato dal titolo, Kosuth crea un rapporto di intrinsecità tra cosa, immagine e nome: le tre sedie diventano appunto una sola, in quanto l’una rimanda necessariamente all’altra e senza l’altra non ha senso. Il riferimento polemico dell’opera è certamente Magritte, che solo dodici anni prima aveva realizzato l’ultimo di una serie di rifacimenti de L’inganno delle immagini. Altro

Il dibattito sull’origine del linguaggio #1

Nel Cratilo il giovane Platone compie un’indagine sull’origine del linguaggio, nell’ottica di salvaguardarne il valore gnoseologico e comunicativo. Argomento del dialogo è il rapporto che intercorre tra nome e cosa nominata, all’interno della questione sull’esprimibilità del vero tramite il mezzo linguistico. Le parole vengono infatti considerate strumenti, e non nuclei di verità intrinseci alla realtà significata, come nella tradizione greca arcaica. Tuttavia la concezione platonica si distacca anche dalle teorie dei sofisti, per i quali l’oratore poteva disporre delle parole a proprio piacimento nel perseguire l’intento persuasivo. Platone ritiene che lo strumento linguistico non possa essere usato ad arbitrio del parlante, ma che abbia delle leggi che devono essere seguite. L’obiettivo del filosofo è infatti stabilire i fondamenti di una scienza rigorosa: tale conoscenza poi, in una prospettiva socratica, deve essere comunicabile agli altri. Perciò le parole devono consentire l’emersione sociale della verità: con i nomi, si afferma nel dialogo, “ci insegnamo qualcosa a vicenda e distinguiamo le cose come stanno”. Altro

I libri di Rory

La serie tv Una mamma per amica ha accompagnato alle soglie del nuovo millennio il cammino della mia generazione. I riferimenti alla cultura pop, al cinema, alla musica e alla letteratura tra ventesimo e ventunesimo secolo hanno avuto per tanti il valore di un battesimo intellettuale, un’arca di tesori che dai cento anni di storia appena conclusi giungeva al presente per sorgere a nuova vita tra le nostre mani. Più della scuola, era il piccolo angolo di mondo ricostruito a Stars Hollow la nostra finestra privilegiata sulla realtà; più delle lezioni, i dialoghi serrati tra Lorelai e Rory a colpire la nostra curiosità e a ispirare le nostre menti. Ci accorgevamo stupefatti che quello che c’era prima non era solo parola morta sulle pagine dei libri di testo, ma un fermento vitale di cui potevamo entrare a far parte. Lorelai e Rory Gilmore ci hanno indicato una strada possibile. Altro

Star dell’animazione: l’evoluzione dell’immagine divistica di Betty Boop dai primi anni Trenta agli anni Ottanta #7

Conclusioni 

Betty Boop's A&E BiographyBetty Boop è tuttora considerata una delle più emblematiche icone del vintage, nella cui immagine convivono valori e contraddizioni del Novecento. Nel 1991 lo stilista americano Bob Mackie «ha reso omaggio a otto leggende del ventesimo secolo nella sua collezione primaverile»: tra queste l’unico personaggio di finzione era proprio Betty Boop.[1] Nel 1996 il network televisivo via cavo Arts & Entertainment ha dedicato a Betty Boop una puntata della propria serie Biography, rendendola la prima star cartoon della storia ad avere una “biografia” all’interno del programma. Altro

Star dell’animazione: l’evoluzione dell’immagine divistica di Betty Boop dai primi anni Trenta agli anni Ottanta #6

Recupero psichedelico, eroina femminista, icona vintage

Betty Boop Scandals (1973)Nel corso degli anni Cinquanta, quando i cartoon della serie di Betty Boop iniziarono a essere trasmessi su emittenti televisive minori, le sue performance nutrirono l’immaginario della nuova generazione americana, quella che il decennio successivo si sarebbe fatta promotrice di contestazioni contro l’establishment e i vecchi modi di pensare: essa trovò nella licenziosità, nell’irriverenza e nell’«eccesso esibitorio»[1] della Betty Boop dei primi anni Trenta, che conteneva tra l’altro numerosi elementi psichedelici, un riferimento ideale della protesta e presto la elesse a propria icona. Altro

Star dell’animazione: l’evoluzione dell’immagine divistica di Betty Boop dai primi anni Trenta agli anni Ottanta #5

La flapper, il jazz e il tipo sociale

Betty Boop in Dizzy Dishes (1930)La portata storica e sociale dell’immagine divistica di Betty Boop non si esaurisce nella tensione tra sessualità e candore. Quando apparve nel suo primo film Dizzy Dishes (1930, Id.), Betty Boop era poco più di una comparsa senza nome e aveva perfino le sembianze di un cane, ma gli attributi principali del suo tipo sociale erano già tutti delineati. Per illustrare il concetto di tipo sociale Dyer prende in prestito nel suo saggio la definizione di Klapp: «un insieme di norme comportamentali istituite e utilizzate da un gruppo», «un concetto ideale sul modo in cui ci si aspetta che le persone siano o agiscano».[1] Altro

Star dell’animazione: l’evoluzione dell’immagine divistica di Betty Boop dai primi anni Trenta agli anni Ottanta #4

La star cartoon come star disciplinata

Lo status divistico di Betty Boop appare assicurato, ma occorre riflettere sul tipo di istituzione economica che la sua anomalia comporta. Cristina Jandelli parla di «star disciplinate» per definire le modalità di rapporto contrattuale iniziate a diffondersi a Hollywood verso la metà degli anni Trenta, in rapporto al generale clima di normalizzazione portato dal New Deal. La durata dei contratti iniziò ad allungarsi per conferire alle case di produzione il pieno controllo della star come investimento e forza-lavoro: «gli attori principali, impiegati nei diversi tipi di produzione, erano legati allo studio da contratti settennali in esclusiva. Ciò significava per la star non poter recitare con altre produzioni, mentre nulla impediva allo studio di cedere a terzi la star di sua proprietà».[1] Altro

Star dell’animazione: l’evoluzione dell’immagine divistica di Betty Boop dai primi anni Trenta agli anni Ottanta #3

Il superamento dell’assenza filmica

Ci avviciniamo così a un problema centrale. Cristina Jandelli considera un passaggio fondamentale verso la nascita del divismo cinematografico il momento in cui, attraverso le esibizioni dal vivo, per la prima volta ha inizio la congiunzione, che diventerà poi indissolubile, tra immagine pubblica e vita privata della star: «quando sarà colmata la lacuna dell’assenza filmica con la presenza mediatica dell’attore che si palesa dal vivo (le passerelle diventeranno metodiche, come a garantire questa presenza “in carne e ossa”, anche se ancora una volta differita nei racconti dei mezzi di comunicazione), l’attore sarà davvero più vicino al suo pubblico».[1] Altro

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aliceinwriting - vita da biblioteca e suggestioni sparse

Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

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